Siamo circa milleduecento. Milleduecento italiani stabilmente residenti a Sharm El Sheikh nel 2026, secondo le stime incrociate del Consolato e dei gruppi associativi. Un numero piccolo in assoluto, grande se confrontato con la popolazione della città (circa 80.000 abitanti totali). Chi siamo, come ci siamo arrivati, perché rimaniamo: è una storia che merita di essere raccontata.
La prima generazione — gli anni ’80 e ’90
I primi italiani ad arrivare stabilmente a Sharm sono stati gli istruttori di immersione e i manager di villaggio turistico. Il Mar Rosso esplodeva come destinazione diving negli anni ’80, e l’Italia ha sempre avuto una delle comunità subacquee più numerose d’Europa. I primi centri diving Sharm sono spesso aperti o gestiti da italiani. Molti di loro sono rimasti. Alcuni hanno aperto ristoranti, altri attività di servizi al turismo, altri ancora hanno sposato donne egiziane e si sono integrati nel tessuto locale.
Gli anni ’90 portano la grande ondata dei tour operator italiani: Alpitour, Eden, Veratour, Teorema, Francorosso. A Sharm arrivano voli charter quattro giorni a settimana. I villaggi italiani si moltiplicano. Ogni villaggio ha un capo-villaggio italiano, un animatore italiano, un cuoco italiano. Molti di questi professionisti, dopo qualche anno di contratto, decidono di non tornare.
La seconda generazione — i figli
Oggi a Sharm ci sono bambini e adolescenti figli di coppie miste italo-egiziane che parlano italiano in casa con un genitore, arabo con l’altro, inglese a scuola. La terza lingua. La loro identità è un impasto di tre culture che non esiste da nessun’altra parte — italo-egiziani del Mar Rosso. Alcuni di loro frequentano la scuola italiana del Cairo, altri scuole internazionali di Sharm. Molti andranno in Italia per l’università e torneranno. Altri rimarranno in Egitto.
Le ondate più recenti
Dopo la crisi 2008 e soprattutto dopo il 2011, una nuova ondata di italiani arriva a Sharm — questa volta più per scelta di lifestyle che per lavoro. Pensionati che scoprono che con la pensione italiana qui possono vivere meglio. Professionisti remoti che approfittano di costi contenuti. Piccoli imprenditori che aprono attività nel turismo, nella ristorazione, nei servizi. La composizione comunitaria si amplia.
I grandi shock
Gli italiani di Sharm hanno attraversato gli shock storici della città. Gli attentati di Sharm del 2005 (83 vittime, una delle tragedie più gravi della storia turistica egiziana) hanno svuotato la città per mesi. Chi è rimasto ha tenuto aperto. L’attentato all’aereo russo del 2015, che ha paralizzato il turismo per tre anni, ha decimato la comunità: il 30% circa degli italiani residenti è tornato in Italia in quel periodo. La pandemia del 2020-2021 ha visto alcuni partire, altri restare, altri ancora arrivare in quanto Sharm restava aperta mentre l’Italia chiudeva.
Le associazioni
L’Associazione Italiani a Sharm (AISharm) è il riferimento comunitario principale. Nata a metà anni 2000, ha oggi circa 400-500 iscritti attivi e una presenza Facebook più ampia (il gruppo ha più di 2.500 membri). Organizza iniziative comunitarie, incontri, assistenza burocratica informale. Non è l’unica — esistono sotto-comunità (diving, pensionati, famiglie miste) con micro-aggregazioni proprie.
Cosa ci tiene qui
Se chiedi a dieci italiani residenti da oltre dieci anni perché non tornano, ricevi dieci risposte diverse. Ma ce ne sono tre che ricorrono.
Il clima — trecento giorni di sole all’anno. Dopo anni, il grigio inverno italiano fa paura.
Il ritmo — Sharm è una città dove si lavora duro ma si ha tempo. Il mare è a cinque minuti da ovunque. Le relazioni sono più lente.
La comunità — ci
Alessandro Caporale è il direttore editoriale di Sharm Gusto. Ristoratore italiano dal 2005 e adesso a Sharm El Sheikh, ha fondato Marketing Food Agency, agenzia di marketing specializzata nella ristorazione italiana. Oggi combina la sua esperienza sul campo con la passione editoriale per raccontare la cucina italiana del Mar Rosso.



